Ma cos'è un Team Building?
Definizione di Team Building:
Termine anglosassone composta dalle parole:
- Team che significa: 1. Gruppo di persone che collabora allo stesso scopo. 2. Squadra, formazione sportiva.
- Building che significa costruzione.
Il Team building, è un'attività legata alla politica aziendale, che si propone di insegnare al proprio personale, competenze specifiche con il fine di migliorarne l'efficienza. Questo concetto viene usato da quelle aziende che ritengono il proprio personale (dipendenti) una risorsa / ricchezza (le risorse umane) e per questo, interessate ad investire in esso, per un miglior rendimento.
Nel training aziendale si usano le più svariate tecniche che solitamente, si basano sulla formazione del carattere e dello spirito di gruppo, dai normali corsi interni di addestramento al singolo ruolo (apprendistato), fino alle più innovative esperienze sviluppate negli USA. Tutto si dimostra formativo da gare sportive a corsi di cucina, a giochi corali come pure dalle attività d'animazione.
Alcuni Manager considerano che alla base del successo di un'azienda è necessario un Leader ed un gruppo che crede negli obiettivi, nella missione verso cui orientarsi e nei valori dell'azienda. Più è affiatato il Team è maggiore è il successo.
Raggiungere un obiettivo comune attraverso sfide emozionanti.
Ottenere risultati eccezionali attraverso l'apporto di ogni singolo individuo.
Per alcuni il Team Building è un surrogato del "lavoro di gruppo", fare equipe, gioco di squadra.
Tutto parte dalla questione: come mettere insieme delle singole persone e trasformarle in gruppo. Come si può fare, avendo a disposizione persone completamente differenti fra loro, che non si conoscono (quando, non si detestano), che provengono da storie e culture differenti, a trasformarle in una squadra vincente?
Origini del Team Building:
Kurt Matthias Robert Martin Hahn (5.06.1886 - 14.12.1974) è considerato l'ispiratore del Team Building. Educatore eccentrico e carismatico, è il fondatore di esperienze innovative, esperienze sociali, scuole all'aperto (outdoor educational School) e programmi di formazione. "nessun altro nel nostro giorno ha generato le idee educative più originali ed allo stesso tempo, ha posseduto il regalo di ottenerle in pratica " (Tempi de Londra, dicembre 1974).
Convinto dell'importanza della formazione in grado di sviluppare il carattere di una persona nel più profondo, ha creduto nell'esigenza delle sfide reali, hands-on, pratiche per lo sviluppo del carattere.
È nei primi anni '40 che Kurt Hahn con attività di outdoor training, fonda nel Galles la prima scuola di formazione "esperienziale". Negli anni successivi questa metodica si diffonderà in modo massiccio dapprima negli Usa intorno agli anni '50, e arrivando in Europa negli anni '80 Europa, prendendo il nome di Team Building
Team Building e saggezza popolare di Stefano Pasqui:
Il percorso di trasformazione è lungo e complesso, ma due aspetti che aiutano a comprendere quello che sta alla base del Team building, sono:
- la necessità di coltivare ciò che si vuol veder crescere.
- l'utilità della buona educazione una volta definita regole di galateo.
Presi dal turbinio dell'essere quantitativamente produttivi anche nell'operare con la risorsa umana, troppo spesso ci pare che i suddetti due fattori vengano presi sotto gamba da chi si riempie la bocca di paroloni e teorie anglosassoni (team building) e dimentica l'apparente semplicità dell'esperienza della nostra socio cultura di origine. Noi siamo invece convinti che alla base delle possibili risposte alla precedente domanda (come realizzare un gruppo?) ci siano queste due logiche che sono il retaggio di una socio cultura che non va sminuita per il semplice fatto che la si possa definire agricola.
Parliamo anzitutto della necessità di coltivare ciò che si vuol veder crescere. Il vecchio contadino, pur nella modestia o assenza dei suoi studi scolastici, aveva una certezza: qualunque essere vivente, pianta, animale e qualche volta figlio, aveva bisogno di essere coltivato per poter crescere e dare i suoi frutti. Cosa si racchiudeva nella parola "coltivare"? Anzitutto la presenza di un preciso e ben definito obiettivo, poi l'impegno psichico e fisico indispensabile alla concretizzazione dell'obiettivo stabilito, il tutto abbondantemente condito di costanza con cui si doveva riproporre tale impegno ed infine, last but not least (anche a noi piace l'inglese!), la voglia di trasformare i propri sforzi in esperienze che avrebbero, da quel momento, accompagnato il nostro agricolo negli impegni futuri.
Una tale logica è indispensabile anche nell'attuale era post moderna ed elettronica nel momento in cui si intenda dar vita ad un gruppo vincente partendo dalle risorse umane che si hanno a disposizione. Un gruppo e le persone che lo compongono altro non sono che essere viventi e come tali richiedono di essere coltivati. Restando alla logica anzidetta bisogna quindi che l'agricoltore di turno (il manager, il capo reparto, l'allenatore, il capo negozio) definisca e mantenga ben saldo l'obbiettivo da conseguire: costituire un gruppo che abbia spina dorsale, che sia capace e vincente. Vale la pena ricordare che l'obiettivo non può e non deve essere al di fuori del principio di realtà: da un pesco, dopo aver capito che di questo si tratta, si deve fare il possibile per cavare ottime ed abbondanti pesche, mentre se si cerca di ricavarne dei cocomeri si è solo degli illusi deliranti. Quindi occorre che il novello gestore di risorsa umana e di gruppi ci metta impegno cioè spenda sudore fisico e psicologico (leggi tempo, attenzione, pazienza, energia relazionale, ascolto, riflessione personale e auto formazione continua) per far si che il gruppo ed i singoli comincino a crescere ed a prendere le forme consone all'obiettivo prefissato. Questo dispendio di energie, senza dubbio più psichiche che non fisiche, deve mantenere un carattere di costanza cioè deve ripetersi, a volte in modo monotono ed uguale a sé stesso, fino a confermare quanto deve avvenire. Infine il moderno "coltivatore di team" deve imparare dalle proprie e dalle altrui esperienze per crearsi una propria, ricca esperienza, cioè un proprio bagaglio di comportamenti, abilità, conoscenze da utilizzare per gli impegni futuri. Ipotizzare un lavoro di team building senza aver presente una simile logica o peggio pensando di poterla sostituire con quella informatica che fa coincidere il clic di una icona con la realizzazione di un intero programma è, a nostro avviso, pura follia.
Altrettanto folle è avviare un simile progetto dimenticando le basi e quindi la logica che si trovavano alla radice di quella serie di norme che, una volta, si definivano il galateo. Non parliamo certamente di un manierismo stupido che deve camuffare le relazioni umane o di insulsi salamelecchi che rabboniscano i superiori o seducano i colleghi. Parliamo piuttosto di quei gesti e di quei comportamenti di cortesia e di riguardo che sono possibili e trovano il loro significato solo quando si ha un sincero interesse per l'altro accettato nella sua diversità; una diversità che se da un lato ci infastidisce e ci disturba, dall'altro ci completa e ci offre aiuto. Non parlare mentre parla un collega e attendere la fine del suo discorso per intervenire non è solo un consiglio di buona comunicazione che favorisce i lavori di gruppo e la creazione di un buon clima. E' anche un gesto di vecchia e sana buona educazione. In ambedue i casi indica che si ha la necessaria considerazione dell'altro per cui se ne rispettano i tempi da un lato e si desidera sapere fino in fondo cosa avrà da dire.
Sospendere la propria attività per volgersi completamente al cliente che ci parla concitatamente dei punti della nostra distribuzione da lui giudicati negativi non è solo un buon consiglio di attenzione al cliente, è anche un principio di buon galateo. In ambedue i casi per attuare un simile comportamento bisogna sentire per l'altro e per il suo modo di vedere le cose un sincero interesse ed una sincera voglia di capire quanto meno per confrontarci serenamente con questa differente visione delle cose.
Un qualunque gesto di cortesia (un sorriso, un interessamento, una disponibilità) rivolto all'altro (collega, dirigente, cliente o semplice familiare) è sempre e comunque un buon consiglio di team building ed una vecchia pratica di buone maniere. In ambedue i casi è la manifestazione della nostra voglia di relazionarci con un altro non mettendo sempre e solo noi al centro di tale relazione, ma cercando anche di far sentire bene l'altro trasformato, per un certo periodo, in un centro della relazione e quindi del nostro interesse.
Crediamo di aver fatto cogliere l'essenza del nostro messaggio. Se si vuol costruire un gruppo non si può prescindere da una serie di comportamenti che manifestino la nostra reale voglia di vivere affianco ad altre persone la cui diversità non sia solo un disturbo, ma anche un arricchimento. Se fare questo ci risulta personalmente difficile o contrario alla legge del profitto, non ci sono parole inglesi, né tecniche psicologiche, né trucchi da illusionisti che possano nascondere ciò che è. e, come per i nostri nonni, anche noi raccoglieremo ciò che abbiamo realmente seminato!
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